Quale futuro per i dispositivi di protezione individuale?

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Sono quasi 10’700 gli operatori sanitari italiani contagiati dal nuovo coronavirus Co-Vid 19. E oltre 70 i decessi.
Secondo gli ultimi dati resi noti dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss), l’età media è di 49 anni ed il 35% è di sesso maschile. Si tratta di circa il 10% dei casi totali segnalati. È “evidente – afferma l’Iss – l’elevato potenziale di trasmissione in ambito assistenziale di questo patogeno”.

Nei giorni scorsi, i medici italiani hanno pubblicato sul British Medical Journal una lettera a firma del presidente FNOMCeO (Federazione nazionale degli Ordini dei Medici) Filippo Anelli. Questa, in sintesi la loro richiesta:

“Sbloccare immediatamente le forniture di dispositivi di protezione individuale ed eseguire test a risposta rapida, seguiti da tamponi, in maniera sistematica a tutti gli operatori sanitari nel pubblico e nel privato che mostrano sintomi di infezione da Covid-19 anche lieve e in assenza di febbre o che sono stati in contatto con casi sospetti o confermati.

Appare evidente che l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha in qualche modo risollevato un problema già conosciuto e da sempre presente negli ospedali italiani: quello della sicurezza degli operatori sanitari e della qualità dell’ambiente lavorativo.

E se è vero, come ci stanno dimostrando in questi giorni, che i medici fanno tutto il possibile per prendersi cura dei pazienti, allora meritano di lavorare in piena sicurezza, senza correre alcun rischio per la propria vita o per la propria salute. I medici e tutti gli operatori sanitari hanno il diritto di avere a disposizione DPI (dispositivi di protezione individuale) efficaci ed efficienti, e una corretta formazione per il loro utilizzo.

Senza considerare che, nel caso di una pandemia, ogni dispositivo di protezione individuale diventa automaticamente un dispositivo di protezione collettiva, poichè previene il diffondersi degli agenti patogeni.

E non stiamo parlando delle semplici mascherine chirurgiche, (rese famose dai media che [s]parlano di questo argomento fingendo di sapere tutto: quando usarle, quando non usarle, come riciclarle e come costruirsele in casa), quanto piuttosto di tutte le attrezzature utilizzate allo scopo di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori. Possono essere guanti, occhiali, visiere, maschere, scarpe protettive.

A questo proposito, volevamo lanciare ai nostri interlocutori (in particolare gli RSPP che ci leggono sul blog) un piccolo sondaggio riguardante un particolare tipo di maschera protettiva già utilizzato per l’emergenza Coronavirus in Cina e Corea del Sud (attualmente in fase di certificazione CE):

 

– Si tratta di un cappuccio con visiera dotato di dispositivo di ventilazione a batteria.
– Il filtro nel dispositivo di ventilazione è di tipo P3.
– Il dispositivo ha la regolazione di 3 flussi d’aria e una autonomia fino a più di 8 ore con il flusso d’aria più basso.
– La batteria è ricaricabile e i filtri all’interno possono essere sostituiti facilmente dopo circa 12 mesi di utilizzo.
– La visiera è in policarbonato infrangibile e l’intero casco può essere disinfettato, sterilizzato e sanificato ad ogni utilizzo.

La domande a questo punto sono tante:

Quanto pensate possano essere utili per il personale medico sanitario, questi dispositivi di sicurezza? E quali considerazioni vi verrebbe da proporre a chi si sta occupando di riprogettare il futuro della protezione individuale?

Questo genere di dispositivi di protezione individuale potranno essere utili in futuro per evitare di ripetere gli errori che hanno portato a questa drastica situazione per i nostri medici impegnati nella lotta al Coronavirus?

Vista l’emergenza sanitaria in corso, dalla quale sembra che fortunatamente, usciremo presto, non è il caso di ripensare al futuro degli operatori sanitari in ottica di maggiore sicurezza e qualità dell’ambiente di lavoro?

Grazie.

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