Tra rischio e consapevolezza. Il problema delle infezioni sul sito chirurgico.

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Abbiamo intervistato il Dottor Andrea Minarini, Direttore dell’UOC di Medicina Legale e Risk Manager dell’Azienda USL di Bologna, riguardo al rischio di contrarre infezioni negli ospedali o in altri siti sanitari in seguito a un intervento chirurgico.
Qual è il grado di consapevolezza di questi rischi da parte dei pazienti? Attraverso quali modalità sarebbe possibile operare un contenimento di questi rischi? E in che modo le strutture sanitarie possono essere messe nelle migliori condizioni per prevenirne lo sviluppo?

 

1) Quanto è percepito il problema delle infezioni sul sito chirurgico?

Il problema delle infezioni sul sito chirurgico non è fortemente percepito né da parte degli operatori né da parte dei pazienti.
Solo negli ultimi anni sono iniziati programmi di formazione e informazione su questa tematica in maniera capillare: quindi da poco tempo essa è diventata oggetto del patrimonio culturale dei professionisti e anche dei pazienti (ma per questi ultimi si tratta ancora di una problematica non particolarmente compresa).

 

2) Quanto sono coscienti i pazienti sui rischi di contrarre un’infezione correlata all’assistenza a seguito di un intervento chirurgico?

Direi non in misura elevata; fra l’altro, sono stati realizzati alcuni lavori volti a rilevare il grado di consapevolezza dei pazienti su questa tematica, dimostrando che i pazienti stessi, pur essendo molto sensibili rispetto a una serie di altri possibili eventi legati al ricovero e all’assistenza ospedaliera, non lo sono invece su questo specifico problema; la percezione di questi rischi è dunque scarsamente rilevata.

 

3) Quante ICA (infezione correlate all’assistenza) a seguito di intervento chirurgico vengono denunciate dai pazienti?

Le denunce di sinistrosità si aggirano tra il 6 e il 7% di tutte le denunce in Emilia Romagna, quindi si può parlare di uno standard nazionale intorno al 6%. Non si tratta di un numero elevato, anche se questo dato appare in aumento.

 

4) A quanto ammonta un risarcimento medio di sinistri di questa natura?

Intorno agli 80.000 € circa, ma è difficile dare una stima precisa, in quanto i risarcimenti dipendono da una serie di fattori di vario tipo.

 

5) Quali potrebbero essere le principali misure da mettere in atto per contenere i rischi legati alla diffusione delle infezioni ospedaliere?

Le misure sono tutte quelle che si mettono in atto attraverso i protocolli legati all’igiene in senso lato: lavaggio delle mani, utilizzo di disinfettanti, sterilizzazione e disinfezione dei dispositivi medici; sono inoltre molto importanti la sanificazione e la pulizia ambientale, la prevenzione delle infezioni associate ai cateteri, l’isolamento del paziente, la profilassi antibiotica in chirurgia, la prevenzione di trasmissione di patogeni multi-resistenti, la prevenzione di infezioni alle vie respiratorie.
Sono dunque molteplici le misure che potrebbero essere messe in atto per contenere questi rischi.

 

6) Esistono normative volte a contenere i rischi legati a queste problematiche? Se sì, quanto hanno inciso sul contenimento del problema?

Le normative esistono fin dal 1985: sono uscite circolari ministeriali, esiste un decreto del 1988 sulla determinazione degli standard del personale ospedaliero, in cui è menzionato il Comitato di Controllo delle Infezioni Ospedaliere (CIO) per migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria; esiste un decreto del 1995 che fa riferimento al numero di infezioni ospedaliere per numero di ricoveri; esiste inoltre un decreto della Giunta Regionale dell’Emilia Romagna (n. 318 del 2013) molto orientato in questo senso.
Le normative dunque ci sono, ma sul contenimento del problema incidono una serie di situazioni multifattoriali, dunque si tratta di una problematica in cui tutti devono impegnarsi, dai pazienti, al personale sanitario a coloro fanno terapia antibiotica, fino ai medici di famiglia. Serve una cooperazione da parte di tutti.

 

7) Quali sono le principali procedure di prevenzione del rischio infettivo?

Le procedure sono quelle citate in precedenza; l’importante è che questi protocolli operativi vengano poi valutati e misurati nel tempo per verificare che essi portino effettivamente ai risultati che ci si aspetta. 
Anche se si ragiona in termini legati alla prevenzione e al controllo del rischio infettivo da parte di tanti servizi (servizio di igiene ospedaliera, CIO, comitato di valutazione sinistri, ingegneria clinica), è però necessario focalizzarsi anche sugli obiettivi primari del programma di sorveglianza, quindi si deve lavorare direttamente sul rischio di infezioni nosocomiali, sui flussi formativi, sulla formazione continua del personale e così via.

 

8) Qual è la risposta degli operatori sanitari ai programmi di formazione finalizzata alla prevenzione delle infezioni? Quali potrebbero essere gli incentivi per migliorare questa risposta?

Sicuramente lavorare sui problemi specifici è importante; quando si fanno gli audit sulle infezioni ospedaliere concentrandosi sul caso specifico, si riscontra un altissimo interesse da parte degli operatori. Sono però necessari piani di miglioramento su quello che gli stessi operatori richiedono; è necessario dare un tipo di risposta mirata rispetto a queste tematiche.

 

9) Esistono fattori che più di altri mettono maggiormente a rischio la capacità dei sistemi sanitari di controllare il rischio infettivo?

Ad esempio il turn over del personale è sicuramente un dato importante, così come il ritmo di produzione (ossia la produzione che le strutture ospedaliere mettono in pratica quando la turnazione è molto intensa), che a sua volta può costituire un elemento di rischio.
Anche il fatto di avere pazienti informati costituisce un fattore importante nella prevenzione dei problemi connessi al controllo dei rischi legati alle infezioni nosocomiali.

 

10) Qual è la specialità in cui si denuncia il maggior numero di infezioni ospedaliere? Quali potrebbero essere i motivi di questa maggiore incidenza?

Sicuramente l’ortopedia, poiché molti interventi chirurgici, anche se eseguiti in una corretta asepsi, hanno frequenti ricadute di gestione post-operatoria (soprattutto nei casi in cui si faccia uso, ad esempio, di fissatori esterni), che richiedono la miglior asepsi possibile, oltre a un maggior controllo della situazione infettivologica, una miglior terapia antibiotica, un miglior controllo dei farmaci: l’insieme di questi fattori può facilmente portare a problemi legati alle infezioni.

 

11) I cittadini possono essere incentivati ad avere un ruolo nell’implementazione delle pratiche volte a controllare la diffusione delle infezioni?

Certamente, e ciò può avvenire ad esempio attraverso il coinvolgimento delle associazioni dei pazienti su tali tematiche. Alcune strutture, ad esempio, realizzano opuscoli informativi sull’antibiotico-profilassi, poster sulle modalità di lavaggio delle mani, brochure informative per i pazienti.
È certamente importante e utile condurre una campagna di informazione sulla popolazione a tutti i livelli.

 

12) In quale misura la sempre maggiore diffusione di batteri resistenti agli antibiotici, legata a un uso sempre più scorretto degli antibiotici stessi, influisce sulla diffusione delle infezioni ospedaliere?

Influisce in maniera importante, in quanto la resistenza antibiotica è in continuo aumento.
Vi sono addirittura dei report annuali (come l’Annual Epidemiological Report) che informano sull’antibiotico-resistenza e indicano quanto effettivamente ci sia da fare per migliorare l’utilizzo degli antibiotici negli ospedali. Si tratta di dati importanti, provenienti anche da studi condotti negli ospedali italiani (ad esempio, una ricerca è stata condotta in ospedali della Campania con l’utilizzo di protocolli europei) con il preciso obiettivo di risolvere questi problemi, poiché il tema della resistenza agli antibiotici è della più grande importanza.

 

Queste interessanti prospettive fornite dal Dottor Minarini ci aiutano a comprendere come il problema della diffusione delle infezioni a livello ospedaliero sia ancora troppo poco percepito sia da parte dei pazienti che degli operatori.
L’impegno che le strutture sanitarie stanno mettendo nella divulgazione di questa consapevolezza è attivo e quotidiano, e opera verso un crescente coinvolgimento di tutti (pazienti, operatori, cittadini) per fa sì che tali problematiche siano sempre più note e dunque sempre più scongiurabili.
La prevenzione costituisce ancora una volta lo strumento preferenziale per ridurre i rischi a cui sono esposti operatori e pazienti.

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